spigolocrocetta 022 TORRE CECILIA: COME SBAGLIAR VIA ED ESSERE FELICI.- Clicca su foto per andare al fotoalbum -

Torre Cecilia
Grigna Meridionale

Via Mozzanica+Spigolo Crocetta

Mercoledì 1 luglio 2009

E’ mercoledì, riesco – dopo una tipica serie di sfighe – a prendermi con i denti una giornata da dedicare alla Grignetta.
Il primo pensiero, da tempo, va alla Cresta Segantini. Il meteo, però, parla di nuvole in avvicinamento da Ovest…

Vabbe’, riesco a mettermi d’accordo con Elio ed alle 6.30, assonnati ma allegri, stiamo partendo da Merate. Poco dopo le 7,30 siamo ai Resinelli. Un rapido controllo al materiale, alla relazione e via, direzione Cresta Segantini.

Saliamo dritti come fusi a prendere il Sentiero della Direttissima e, poco prima del Caminetto Pagani, veniamo accolti da un paio di giovani camosci che, allegramente, ci osservano e poi svaniscono, leggeri.

Il sole inizia abattere per bene sulle guglie e gugliette della Grigna… Risaliamo rapidi, veloci davvero e ci bruciamo il primo tratto attrezzato fino alle scale del Caminetto Pagani, che passiamo allegramente.
Proseguiamo rapidi, fino ad arrivare all’imbocco del Canale dell’Angelina, dove ci fermiamo ad osservare, alla nostra sinistra, la magnificenza del Gruppo del Fungo.

Decidiamo, poi, di proseguire lungo il Canalone di Val Tesa, che, pur veloce, mostra tutti i danni provocati dalla neve e i numerosi punti pronti a franare… Il processo di sgretolamento delle montagne di Dolomia è continuo… Però, finché non cadono, noi ce le godiamo.

Arriviamo rapidamente al Colle Valsecchi, in un’ora e mezzo. Qui siamo di fronte all’attacco della Cresta Segantini.. Ma non siamo soli. Arriva un tipico venticello da Ovest, proprio mentre siamo fermi ad osservare ammaliati la magnificenza eterna del Grignone…

Faccio il mio solito due più due ed osservo la marea di nuvole che arriva da Ovest…
Come già era capitato con Davide, è meglio telare. Partiamo diretti verso il Rosalba, che raggiungiamo piuttosto velocemente per il sentiero Cecilia.
Al Rosalba torviamo il Mauro che, al solito, ci accoglie a modo suo, con quattro chiacchiere.

Un sano caffè e poi via, decidiamo di salire alla Torre Cecilia per lo spigolo della Crocetta. In realtà, ho lasciato il liberocolo delle vie in auto, ma ho letot e riletto le relazioni e, tutto sommato, è anche bello andare a “cercarsi gli itinerari e sentire un po’ di libertà…
Arrampicare è anche ricerca di libertà, ricerca dell’itinerario preferito, della linea da seguire, non una semplice sequenza di movimenti tra un ancoraggio e l’altro… Soprattutto in ambiente.

Risaliamo il breve canalone fino ad un punto in cui, all’ombra, lasciamo gli zaini. Miracoli della tecnica, se al Rosalba il cellulare non prende manco a bestemmiare, qui, invece, nel canalone, prende che è una meraviglia… Ne sa qualcosa Elio che, acvendo fatot una finta mostruosa per prendersi quelle ore, è subissato da chiamate di lavoro… Io lo ho silenziato e tanti saluti.

Imbragati e legati, controllato i rinvii ed i cordini, ci avviciniamo all’attacco, seguendo una cengia erbosa fino ad una sosta a fix molto evidente.
Elio, fresco di corso, è più legato a relazioni, fix, ancoraggi… E’ anche più preoccupato. Gli ricordo che in zona ci sono un paio di vie (mi ricordavo della vi aMozzanica, ad un paio di metri dallo spigolo). Decide di salire da primo ed io, volentieri, lo lascio fare.
Gli pare che la linea migliore sia salire per una fessura camino a sinistra della sosta.
Parte, lo sento ravanare un po’, poi mi arriva una frase sibillina: “Qui è un po’ atletico, questo terzo più…”.
La frase seguente è ovvia, per chi va in montagna:
“Ma sei sicuro che nella relazione si parli di terzo più?”.

Arriva ad una sosta (che si crea lui) e mi dice di salire. Parto. L’inizio della fessura-camino, per quanto ben protetta dal fix, è realmente atletica e la continuazione, una fessura camino verticale, non “molla” per almeno una decina di metri verticali con appigli ed appoggi un po’ consumati e non tropo abbondanti. Poco male, ci si diverte.
La relazione, però, mi ricordo bene che parlava di un primo strapiombetto e poi di cresta fino allo spigolo vero e proprio…
Comunque sia, usciti dalla fessura camino, ci torviamo di fronte allo spigolo vero e proprio, una goduria. Quasi verticale, abbondantemente ammanigliato ma mai banale, lo spigolo sale dritto e con fix lì dove vorresti averli fino ad una sorta di anticima che ti costringe a spaccare sull’ultimo torrione. Da qui, in un paio di metri, si raggiunge la vetta.

La vetta è una vera e propria sorpresa ideata dal creatore o da Chi per Lui ad immagine e gioia dell’Alpinista… Un prato di stelle alpine, una quantità incredibile…

Sulla cima, un sentierino va a sinistra. Non ci sono mai stato, ma ho letto e riletto che l’anello di calata è proprio lì… Elio è nervoso, ha un po’ di paura che, non avendo relazioni cartacee, sia difficile scendere…
Lo guardo, sorrido, scendo id alcuni metri, traverso e arrivo all’anello di calata.
Rincuorato, brontolone come sempre e ormai ridotto a Peter Pan Lecchese-Brianzolo, arriva saltellando, pronto a metter ein atto tutte le tecniche di cui è felice portatore avendo appena terminato il Corso Roccia…
Si preoccupa perfino di avvisarmi che a camminare con le scarpette si può scivolare…
Un ragazzo delizioso, Elio, un vero Peter Pan della montagna. Un compagno di gite ed ascensioni da non perdere.

Preparo la doppia, ovviamente “stile anni ‘80″. Elio attacca la solfa con tutti lgi accorgimenti che gli sono stait inculcati… Lo lascio parlare, bestemmio per inserire il perfido canapone nel secchiello, passo il Marchard e comincio a scendere…
La discesa è su una parete appoggiata e la corda per scorrere dev’essere “tirata” assieme ad una serie impressionanate id parolacce.
Arrivo al secondo anello di calata, dopo un 25 metri circa.
Passo la longe, mi metto in sicurezza e chiamo il buon Elio, il quale si prepara un apparato da discesa che potrebbe entrare nel manuale del perfetto arrampicatore in sicurezza.
Poi deve scendere e tirar parolacce anche lui.

Con la seconda calata arriviamo dritti dritti agli zaini ed al suo telefonino urlante…
Un apiccola bevuta, ci scambiamo un po’ di impressioni sulla salita (davvero carina) ed i primi dubbi sull’itinerario seguito.
Poi, dritti al Rosalba per la prima birra… Quattro chiacchiere col Mauro ed i suoi ospiti e poi via, il cielo comincia a rannuvolarsi e dobbiamo scendere per la Direttissima per tornare all’auto.
Prendiamo il sentiero Giorgio, ancora malmesso dopo l’invernata e arriviamo abbastanza stanchi alla selletta di Val tesa, dove riprendiamo al Direttissima e giù, per le scalette ed i cavi proprio mentre arrivano potenti e roboanti i primi tuoni…

Ancora giù, non prima che io sia riuscito a dare una botta fantozziana al ginocchio sul sentiero e tirato giù tutti i santi del Paradiso (forse per quello tuonava…).
Arriviamo all’auto, con la quale raggiungiamo il 2184 ed andiamo a salutare Ercole per una birra e altre chiacchiere.

Ancora una volta la Grignetta ic ha voluto bene e ci ha permesso di divertirci.

Per quanto riguarda la via, in effetti, dopo aer ricontrollato e parlato con un paio di amici (Daniele il Crodaiolo e Luigi lo Slowrun, ottimi conoscitori delle guglie della Grignetta), mi rendo conto che non abbiamo seguito l’itinerario canonico dello Spigolo Crocetta: abbiamo seguito per il primo tiro la via di Mozzanica, che poi si ricongiunge allo Spigolo vero e proprio.
Su PM mi arrivano un paio di prese in giro, bonarie ed amichevoli…
In realtà, sono felicissimo di com’è adnata la gitarella: siamo saliti come volevamo, senza farci condizionare da vie, fix, spit e “costrizioni” che sia…
Siamo saliti lungo una delle linee che permettono di salire al Cecilia per lo Spigolo, e tanto basta.
Ci siamo divertiti tanto. Elio ha voluto e potuto metter ein atto quanto appreso tirando da primo e divertendosi.
Abbiamo sbagliato via? Forse…
Sicuramente non abbiamo sbagliato a salire qualle via in quel modo in quel giorno.
Siamo saliti, seguendo una linea che ci pareva giusta e ci siamo divertiti come bambini…
Per cui, allo Spigolo Crocetta canonico penseremo la prossima volta. Nel frattempo, ci godiamo il ricordo di una giornata rubata alla quotidianità ed alle rogne. Ci godiamo, una volta di più, la Grignetta che, sempre più, mi sta spiegando per qual motivo sia da considerare un “mondo” piuttosto che una semplice montagna…
Un mondo che presenta tutto e che offre tutto. Un mondo che può preparare ed allenare a qualsiasi tipo di montagna…
Un mondo che tornerò a gustarmi non appena possibile.

Dedichiamo la salita ed il nostro divertimento ad Eva ed Elisabetta, due nostre amiche che quasi contemporaneamente, in zone differenti, hanno deciso di provare l’ebbrezza del “farsi male” in montagna ed ora pagano il tutto con riposo forzato. E’ andata bene così, poteva andar peggio. Alla vostra salute e ad una guarigione rapidissma sono dedicate la camminata, la scalata e soprattutto le due birre che io ed Elio ci siamo sparati voluttuosamente!

* Source :  – http://bradipidimontagna.blogspot.com/

 PUNTA GIULIA E CANALONE GARIBALDI: LA GRIGNETTA NASCOSTA.

Grigna Meridionale:
Punta Giulia, via normale (AD+, IV)
e Canalone Garibaldi (F+/PD-)

31 Maggio 2009

“Luca, lo sai che la Giulia me la sono fatta 24 volte da davanti e 21 da dietro?”

Questa frase, detta con la massima semplicità alle 6 e 30 del mattino in un bar di Ballabio, non poteva non suscitare perplessità e non lasciare quasi sconvolti i mattinieri avventori dell’esercizio…

In realtà, Daniele intendeva dire che era salito già 24 volte alla Punta Giulia, in Grignetta, per la via normale e 21 per la via Giovane Italia, meglio conosciuta come Boga…

Resici conto dell’imbarazzo provocato, decidiamo, allegri, contenti per essere riusciti, finalmente, a trovarci per 4 passi ed un paio di tiri in compagnia (tiri di corda, non altro, malpensanti!), di partire da Ballabio con destinazione Piani dei Resinelli.

E’ domenica e non abbiamo nessuna voglia di andare a far la fila su qualche via ipergettonata sui Magnaghi o nel settore di Val Tesa… La scelta va automaticamente alla Punta Giulia, un piccolo gioiello di verticalità ed esposizione, timida, riservata, nascosta in un angolo davvero poco “battuto” della Grignetta.

A molti verrà spontanea la domanda: ma vale davvero la pena di scammellarsi un simile avvicinamento solo per una guglietta di 60 metri, da risolvere in due tiri?

La risposta, ovviamente, è sì. Non si tratta, infatti, di una uscita dedicata al solo piacere estetico della “danza verticale” (è pur sempre “solo” un IV grado, sostenuto e continuo certo, ma pur sempre solo IV…).
Salire alla Punta Giulia è un insieme di piaceri della Montagna, da affrontare in spirito alpino.

Questa guglia, un campaniletto stupendo, se ne sta nascosta e timida, forse fintamente tale, sicuramente pretenziosa, disposta a concedersi solo a chi ha la pazienza e la gioia di cuccarsi un “sentiero” di avvicinamento che altro non è che un insieme di salti, ripidi, con tracce accennate, balze e roccette, che compongono la prima parte del Canalone del Diavolo, un altro dei gioielli della Grignetta, anche lui molto pretenzioso verso chi vuol dire di averlo percorso…

Lasciamo la macchina (anzi, il furgone di Daniele il Crodaiolo) ai Resinelli, nei pressi dell’ex rifugio Alippi e, nel fresco del mattino e di una giornata davvero più fredda rispetto alle ultime due settimane, cominciamo a risalire il sentiero delle Foppe. Arriviamo ben presto ad una palina che indica per Torre Costanza, Punta Giulia e Mongolfiera. “A”. Ovvero, Alpinistico. Nel linguaggio dei cartelli segnalatori delle Grigne, vuol dire che si tratta di vie alpinistiche, non sentieri escursionistici…
Il sentiero fuga immediatamente ogni dubbio, alzandosi per balze molto ripide, per arrivare abbastanza velocemente ad una grotta da dove, passati sopra i resti di un conoide di valanga ancora bello alto, cominciamo a risalire per un paio di canalini rocciosi con passaggi esposti anche se mai superiori al II grado. Il nome di Canalone del Diavolo gli si addice proprio.
Un sentierino ed altri passaggetti abbastanza pepati ci depositano, passata un’ora ed un quarto circa dalla nostra partenza, alla base della Punta Giulia, in un ambiente da favola, ove la popolazione è costituita dalle mille e più gugliette della Grigna, da un paio di camosci giocosi e qualche volatile…

La Punta Giulia si erge davanti a noi, mentre dietro ci osserva, austera, altera e comunque impudica, la sorella maggiore Torre Costanza.
La preparazione per la salita avviene secondo i canoni… Lazzi, frizzi, pacche sulla spalla, aneddoti…
Daniele ha già calcato più di quaranta volte quella cima sulla quale ci si sta a malapena in due, abbracciati alla cuspide… Sono assolutamente tranquillo, sono accompagnato da un vero non solo conoscitore, ma reale innamorato della Grignetta.

Doppio chiodo alla base, passo un mega cordino, un moschettone e appresto il mezzo barcaiolo. Daniele sale e risolve molto velocemente la risalita di un blocco che funge da avancorpo della Punta vera e propria… Poi lo osservo salire, danzando. Lu f ischietta, allegro come un bambino, fleice, mai sazio di quella Punta che conosce bene. Arriva alla prima sosta, ma abbiamo due corde da sessanta… Decidiamo assieme di fare un tiro unico dei primi due, così si alza su quello che sarebbe il secondo tiro, fessurine superficiali, una placca da traversare e poi una risalita un po’ aggettante, dalla quale un altro paio di tratti verticali ed un po’ a strapiombo portano alla seconda sosta, sul terrazzino prima della cuspide finale.

Daniele arriva in sosta, si assicura, piazza l’ATC e mi dice di salire…
Lo osservo: è un mago… Se ne sta appeso, con una mano mi assicura e con l’altra è peggio dei paparazzi… Fotografa qualsiasi cosa, qualsiasi espressione… Sarebbe da nominarlo il Barillari dell’arrampicata.

Comincio a risalire: l’avancorpo ha una partenza un po’ atletica, ma poi, per due tre metri, diventa III+, fino alla sommità dello stesso.
La continuazione mi riserva camini e fessure superficiali, verticali, bellissime, ben appigliate. Arrivo ad un chiodone ad anello che dovrebbe segnare la prima sosta, da dove osservo lo sviluppo del secondo tiro, il più duro, dato IV sostenuto continuo…

Si tratta di prendere una fessurina verticale, appigliata a dovere, che definire goduriosa è poco. Alzatisi di qualche metro, si incontra il passaggio più “duro”: Lievemente all’infuori, devo spostare il baricentro spaccando a sinistra. In un primo momento mi chiedo se terrò bene… Daniele mi osserva e, tranquillo, mi ripete: “Spacca a sinistra e poi alzati, lavora di equilibrio”.

Rifiato, osservo. Trovo un buon appiglio, in posizione un po’ scomoda, all’altezza della faccia, alzo quel tanto che mi basta i piedi e poi spacco a sinistra. Il braccio tiene, tranquillamente. Abbraccio con la sinistra lo spigolo, mi isso ancora, trovando un maniglione esemplare, quello che uno sogna sempre di trovare sul “duro”…
Mi ristabilisco e continuo a salire allegro. Ancora un paio di saltini, appena strapiombanti, con ottime prese, fino a sotto il terrazzino della sosta. Qui il passaggio è davvero stupendo: c’è un minimo strapiombino, ben appigliato. Per passarlo tranquillamente basta prendere le maniglione presenti, portarsi all’infuori e salire… L’espoosizione è massima e tra i piedi che cercano gli appoggi vedo solo le scarpe lasciate all’attacco… Troppo bello.

Arrivo in sosta. Daniele sorride e fischietta e mi chiede cosa ne pensi… Io non trovo parole, riesco solo a dire “che roba magnifica”… Continuo a guardarmi attorno… Sembra un parco fatato…

Da sotto, giungono le voci della carovane umane che risalgono il sentiero delle Foppe, mentre da sopra si sene il vocio di chi sale per la Direttissima o va ad arrampicare sul settore diVal Tesa (tirava aria di corsi CAI oggi).

L’ultimo tirello è una meraviglia nelle meraviglie: sebbene la via storica prenda alcune roccette di terzo sulla sinistra, salendo alla forcellina tra le due cimette della Punta Giulia, è logico e possibile continuare per il placcone fessurato e poi per lo spigolo destro della Punta, in massima esposizione e in arrampicata che più aerea vorrebbe dire volare.
Ovviamente optiamo per placca e spigolo…

Daniele sale, sempre allegro e, arrivato in cima, lancia quasi un urlo “Eccolaaaa!!!”. Dalla felicità che traspariva sembrava fosse la prima volta che stesse calcando quella cima…
Recupera e mi dice di salire.
Parto. La roccia è favolosa…. Ora sono esposto ad Est e non più a Nord-Est… Maniglie e manigliotte mi permettono di risalire il IV continuo della placca con fessura, anche se ben presto vengo tentato dallo spigolo di destra… Si affaccia sul baratro totale, strapiombando col suo lato Nord direttamente sulla piazzola d’attacco…

Affero le maniglie dello spigoletto con la destra, ficco dentro la fessura la sinistra e salgo. Presto arrivo sotto la cuspide… Un paio di movimenti attenti per non pestare le corde e su, ad abbracciare la cima… Sì, abbracciare la cuspide sommitale. In due non ci si sta… Daniele si attacca alla sosta e, piantati i piedi contro la cima, mi invita a salirci in piedi sopra… Non me lo faccio dire due volte e mi faccio immortalare “senza mani” sulla cima della Giulia.
Tre tiri di corda brevi… Eppure la sensazione è quella di aver lottato per qualcosa che merita… E lo merita davvero. Mi sento leggero e felice come un bimbo e Daniele non è da meno.

Rapida calata al terrazzino sotto la cuspide (grande invenzione il mezzo barcaiolo per certe cose) e poi a preparare la doppia. La doppia dal terrazzino sono una cinquantina di metri, alcuni dei quali decisamente nel vuoto. A scendere il primo pensiero è “Cacchio Luca, ma sei salito di lì?”. La gioia prende il sopravvento, non credevo sarei tornato ad assaporare i piaceri dei miei vent’anni… Mi calo lungo la doppia gustando il vuoto sotto di me, la parete che si allontana ed io che mi lascio scendere allegramente lungo quel cordone ombelicale…

E’ il momento del primo relax… Bevuta, mangiatina, sigarettina… E foto a ciò che ci circonda. Daniele, vero Cicerone o, forse, vero Virgilio, considerato il carattere Dantesco dell’ambiente, risponde di buon grado alla mia inestinguibile sete di conoscenza di cime e vie di salita…

Notiamo, quasi con un piccolo disappunto, due fattori… Da sud-est si abbassano nebbie scure… Ma anche questo fa parte della Grignetta… Poi, invece, vediamo che sulla Boga sale in autoassicurazione un tizio che manco risponde al saluto…
Faccio un due più due: ci starebbe anche la Boga, per carità… Ma, considerato il tempo, dovrei rinunciare alla proposta “ravanatoria” del buon Daniele, ovvero risalire per tracce inesistenti e roccette il Canalone Garibaldi fino a ricongiungersi al Sentiero Giorgio.
La decisione viene presa presto: risaliamo il Canalone!

Inizia così la seconda parte di wilderness alpinistica della giornata. In un crescendo wagneriano di meraviglie per gli occhi, guglie e gugliette che si presentano letteralmente ad ogni due passi, raggiungiamo per prati ripidissimi una prima forcella… Da qui si deve traversare in salita verso un’altra dorsale… Il traverso è mortale, aggrappati ai ciuffi d’erba… Per ridere parliamo di “allunghi sull’erba” e “spaccate sul ciuffo di ginestra”… L’attenzione è massima, ci si fermerebbe solo cento metri sotto e non c’è verso di parlare di “protezioni”…
Risaliamo poi una breve dorsale fino ad un canalino con rocce marce. Un’ulteriore forcelletta ci fa scendere lungo un canalino ancor più marcio cui segue la risalita di detriti instabili, una vera “arrampicata in punta di piedi sulle uova”…

Segue un breve canalino che si chiude a camino e che ci costringe ad un terzo graodo insano su roccia così così… Pochi metri, tre o quattro al massimo. Daniele mi osserva e mi sorride, tendendo la mano all’uscita. Mi volto ad osservare il passaggio e gli dico “certo che qui la roccia non è proprio solida…”. Ridiamo, facciamo due foto… Ci aspetta una placchetta su roccia friabile con almeno cinquanta metri di vuoto sotto e poi ancora risalita su erba ripidissima verso l’ennessima spalletta.

Daniele parte, spedito. Io rifiato e mi tengo a debita distanza, come vuole la prassi, per evitare i proiettili che volenti o nolenti si staccano in simili circostanze. Poi parto. E’ proprio in quel momento che quello che ritenevo il sano appiglione a cui mi ero attaccato per risalire il roccione e passare sulla placchetta, stanco, ritiene di aver esaurito il proprio compito e mi si stacca dalla mano, cadendo svariati metri più sotto ed esplodendo al contatto con i fratelli già atterrati da tempo…

Daniele viene richiamato dalle mie considerazioni in perfetto veneto, che per ovvie ragioni di censura non posso riportare… Mi vede salire sulla placchetta borbottante come una caffettiera, ascolta il perché e si mette a ridere assieme a me. Nonostante l’attenzione massima, in nessun metro abbiamo smesso di guardarci attorno e godere delle bellezze regalateci.

Ancora un paio di canalini, di cui uno erboso e roccioso, seguiti da altrettante balze di ripidissima erba, ci depositano, comunque, abbastanza presto sull’ultima risalita di un pendio di erba che finisce sul Sentiero Giorgio, proprio all’altezza delle ultime corde fisse dello stesso, lì dove risale verso il Colle Garibaldi…

Una coppia di passaggio ci guarda come per dire”ma questi da che cacchio di parte sono saliti?”… Ci salutiamo e ci sediamo sul sentiero per bere. Un tot di foto, una sigaretta (per me), e poi a guardarci attorno… Vediamo distintamente gente in quantità sulla cappella del Fungo ed altri sullo Spigolo di Vallepiana, sulla Casati… E’ proprio giornata di corsi CAI… E si sente dalle urla di gioia e di stupore che vengono lanciate assieme ai comandi di cordata…

Il sentiero Giorgio, dopo quella risalita del Canalone Garibaldi, ci sembra un’autostrada pianeggiante e lo risaliamo alla velocità della luce. Arriviamo al Colle Garibaldi, da dove fotografiamo le nuvole nere che si abbassano e che contrastano col colore della sottostante Mandello, baciata dal sole…

Discesa rapida… Al Rosalba c’è la ressa della domenica… Non tentiamo nemmeno di farci dare una birra, diamo fondo alle ultime scorte d’acqua e the e partiamo diretti per i Resinelli. Ci fiondiamo lungo le Foppe, a balzi e salti, risolvendo abbastanza presto un sentiero studiato apposta per rovinare le ginocchia di chiunque…

Ai Resinelli, come di prammatica, birretta dall’Ercole al 2184 e poi verso il Forno della Grigna, dove troviamo il Gerri ed un amico. Altre quattro ciàcole e poi via… No, non verso nuove avventure, ma verso Versasio… Verso Versasio sembra una cacofonia, ma è un po’ il mio undicesimo comandamento della Montagna, che recita più o meno così: “Per celebrare degnamente un’uscita, si passa da Antonio alla Partenza Funivia dei Piani di Erna e ci si fa servire una birra cèca”.
Ligi alle procedure, obbediamo…

E’ la degna conclusione, nel primo pomeriggio, di una giornata ideale, anche se un po’ fresca (abbiamo arrampicato col micropile, tanto per essere chiari). Panorami da urlo, forme stupende, avvicinamento “alpinistico”, arrampicata su roccia da favola su una struttura che sembra creata ad arte per l’alpinista e, dulcis in fundo, canalone alpinistico con tutte le difficoltà che l’alpinista e l’escursionista esperto vogliono trovare.

Una vera giornata di montagna con la M maiuscola…

Grazie Daniele, alla prossima!

* Source :  – http://bradipidimontagna.blogspot.com/

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Cresta Giumenta Bradipata

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medalegercoltignone 061 AL COLTIGNONE PER IL SENTIERO GER.- Clicca sul fotoo per andare al fotoalbum -

Corna di Medale e Monte Coltignone per sentiero GER
7 maggio 2009

E’ giovedì e la giornata è davvero bella… Oggi ho solo due appuntamenti, uno prestissimo al mattino ed uno verso sera… Come al solito, il diavoletto che si annida nell’animo dell’amante della Montagna prende il sopravvento…

Perché non sfruttare la giornata con una sana fuga dalla metropoli, dedicata ai panorami del Lecchese?

Ovviamente, come direbbe Oscar Wilde, io so resistere a tutto fuorché alle tentazioni: alle 8.30 precise ho già consegnato quello che dovevo consegnare, la roba è in macchina e parto letteralmente a razzo dal centro di Milano, destinazione Lecchese. Non ho ancora presente dove andrò, ma questo non è un problema: come spesso capita, mi lascerò guidare dall’ispirazione dell’ultimo momento.

Riesco a passare indenne dal traffico la tangenziale ed il “tappo” di Monza, prendo la superstrada non proprio seguendo tutti i limiti ed in un’ora mi ritrovo a Lecco, a prendere il caffè al solito bar, dove al caffè aggiungo pure una sana brioche e faccio tappa “fisiologica” (una sorta di rituale per le mie scorribande nel Lecchese).

Tra le opzioni della giornata c’erano il Monte Due Mani, per vedere il famigerato quarto torrione recentemente riattrezzato, oppure qualche altra passeggiata interessante, come la Nord del Moregallo (due sentieri favolosi per un altrettanto favoloso percorso ad anello).

Come al solito, tra i due litiganti il terzo gode: mentre esco dal bar osservo il blu del cielo e la sagoma del Medale e del Coltignone. La decisione viene presa presto: è un sacco di tempo che mi dico che dovrei finalmente andare a vedere questo benedetto sentiero GER al Coltignone, un facile itinerario attrezzato con un sano dislivello di circa 1100 metri ed un ambiente da vera wilderness appena sopra i tetti di Lecco.

In pochi minuti arrivo al rione di Laorca e, complice la giornata infrasettimanale, trovo tranquillamente posto allo slargo di via Paolo VI, senza problemi. Lascio in auto tutto l’armamentario da ferrata, controllo di avere la macchina fotografica, da bere, la banana da far premasticare allo zaino, infilo il berrettino e via.

Il primo tratto segue la noiosa strada di servizio che costeggia la rete paramassi. Fortunatamente, i panorami che si aprono sulla Corna di Medale e sul Coltignone distolgono l’attenzione dal fondo cementato della stradina e, in breve, mi ritrovo all’ex rifugio Medale. Qui una scritta su cemento indica per la ferrata del Medale. Fatti pochi metri, un secondo bivio (ben segnalato) indica di proseguire per la vetta del Medale, per il sentiero attrezzato, lasciando a sinistra il sentierino che, costeggiando la base del Medale e gli attacchi delle vie alpinistiche (che voglia mi fa quella roccia), porta al Pilastro Irene ed all’attacco della ferrata degli Alpini.

Il sentiero, fortunatamente all’interno di una sorta di boschetto che ripara dal sole, è ripido fin dall’inizio e, fatti pochi metri, presenta un fondo sassoso che lo rende iancor più faticoso. Il fatto che sia ripido, però, permette di guadagnare rapidamente quota e di arrivare al tratto “attrezzato” con velocità. Il tratto attrezzato altro non è che una serie di cengiotte erbose e terrose, in salita prima da destra e sinistra e poi da sinistra a destra, in cui la catena, dato che il tratto è lievemente esposto, serve forse a garantire tranquillità di passo in discesa o col fondo bagnato (non mi auguro di dover fare quel sentiero con fondo bagnato o con neve…).

Passo il tratto “incatenato” rapidamente e, mentre ogni tanto squarci tra i rami degli alberi permettono di rubare qualche sprazzo di panorama, il sentiero, dal fondo ora terroso e franoso, sale di nuovo ripidamente, fino a sbucare sulla sella retrostante la cima del Corno di Medale. Non è passata nemmeno un’ora…

Mi prendo il lusso di fare alcuni metri, con qualche facile roccetta e scendere brevemente alla croce di vetta del Medale ad osservare il panorama. Poi risalgo, sempre per facili roccette, alla piazzola di atterraggio per gli elicotteri, dove faccio una sana pausa sigaretta e mi prendo un po’ di sole.

Dietro a me il percorso diventa estremamente evidente: si deve seguire per un po’ la crestina di collegamento tra il Medale ed il San Martino fino ad un bivio, dove si prende a destra e si traversa fino ad imboccare il canalone che scodella sui prati sommitali del Coltignone.

Mi prendo, tuttavia, tutto il tempo necessario a gustarmi il panorama e poi, con calma, ridiscendo alla selletta e prendo la crestina. Un primo cimotto dev’essere letteralmente scavalcato con qualche roccetta, per poi scendere ad incontrare il bivio. All’altezza di questo, osservo la cima del San Martino ed il Crocione, dove svariate persone si sono ormai radunate. Io, finora, non ho incontrato nessuno…

Proseguo per il sentierino che, alternando brevi strappi in salita a lunghi tratti quasi in piano, traversa sotto il Dente del Coltignone. Incontro l’attraversamento di una vallecola, con un traverso un po “esposto”, ovviamente attrezzato con cavo prima e catena poi. Al termine del primo cavo, sento rumore di passi… Osservo e cerco di vedere se, per caso, incontro qualche altro amante della solitudine.

Il rumore si ripete e mi rendo conto che non si tratta di un escursionista, ma di un magnifico esemplare di camoscio maschio che, altero, fiero e superbo, mi osserva come potrebbe essere osservata una cacca sul tappeto buono del salotto di casa. Si lascia fotografare, poi mi manda il suo classico “soffio fischiato” e, osservatomi di nuovo, se ne va allegro ed agile…

Estasiato da questo incontro, proseguo nel traverso e ben presto arrivo ad un punto in cui la pendenza aumenta e comincio a risalire il canalone. Qui riesco a vedere almeno tre o quattro serpi che, ovviamente, non amano fraternizzare con gli esseri umani e decidono di filare via prima che io possa osservarle ed identificarle… Peccato.

Il sentiero si fa sempre più ripido ed assume ben presto tutte le caratteristiche di Sentiero GAM (che non vuol dire Gruppo d’Alta Montagna, bensì Ginocchia al Mento). Osservo il fondo del sentiero che lascia capire come un tempo fosse stato tracciato ad arte, con tanto di “gradini” creati con fittoni e tronchi d’albero. Il tempo e le intemperie, evidentemente, hanno fatto il proprio sporco lavoro, tant’è che i tronchi si incontrano sparsi qua e là e – purtroppo – i fittoni sporgono di svariati centimetri, orfani di tutto, ma pronti a far inciampare o ad infilzare l’escursionista disattento… Mi viene in mente la famosa scena di Fantozzi che sale in sella alla bici proprio mentre il sellino era saltato via, adatto la scena ad un escursionista disattento che scivola sul sentiero e ci si siede sopra… Mi prende la classica “strizza di culo” e passo oltre, con circospezione, moltiplicando la mia attenzione.

La direzione è chiara: risalire il canalone verso una evidente caverna, visibile da molto più in basso. Poco prima della caverna, ho il tempo di osservare un magnifico rapace, presumibilmente un falco (ma non prendetemi in parola), che, dopo aver volteggiato sopra di me, si è fiondato per risalire con una serpe tra gli artigli… Spietato spettacolo della natura… Ma che meraviglia vedere come i rapaci si fiondano sulle prede…

Arrivo alla caverna, davvero carina. Sulla destra è evidente la catena che dà inizio al tratto attrezzato del Sentiero GER (ovvero Gruppo Escursionisti Rancesi), mentre davanti a me fa bella mostra di sè una madonnina (da queste parti è difficile trovare una caverna, un antro, una cavità senza una qualche immagine sacra). Il tratto attrezzato è in soldoni questo: si risale un piccola paretina da sinistra a destra e prendere una piccola cengia che poi diventa erbosa e che sale a prendere una rampetta, sempre attrezzata. Per una successiva rampa terrosa e rocciosa, si risale a prendere una sorta di rampa-canale roccioso ed erboso che deposita su una crestina, al cui termine le catene terminano e ci si trova sui pratoni sommitali del Coltignone.

Lo sguardo si volge ad osservare il panorama sotto ed attorno… Una meraviglia…

Non ero mai stato sul Coltignone, lo ammetto. Nemmeno dai Resinelli. Avevo visto che parlavano di Coltignone e Forcellino come di un belvedere privilegiato, ma avevo sempre rimandato la mia visita a questa cima fino al giorno in cui avrei avuto il tempo di salire per il sentiero GER. Ora ci sono salito e mi posso gustare il panorama su Lecco, sul Resegone, sul Due Mani, sul Lario… Sulla vetta nessuna croce, solo una panchina un po’ malconcia. Ma tanto basta per una sana pausa panoramica da dedicare, citando il Fortissimo Gervasutti, a Madame Nicotina.

Bene, ridendo e scherzando è l’una. Sono partito che erano quasi le dieci, mi sono concesso lussi come fare foto e prendere il sole sul Medale… Ma ora, al di là del piacere dell’acqua e della banana premasticata, il mio corpo mi manda messaggi chiarissimi: “sei a solo venti minuti dai Resinelli… C’è birra fresca…”. Impossibile e sbagliato resistere a simili richiami…

Dalla cima del Coltignone seguo il sentiero turistico, arrivando ben presto al bivio: a sinistra andrei per il Forcellino, mentre io prendo a destra, salendo verso cima Calolden (Paradiso), da dove, con una rapida discesa, arrivo al Museo delle Grigne ed all’ingresso del Parco Valentino. Da qui, purtroppo, mi trovo di fronte all’obbrobrio del grattacielo dei Resinelli, che lascio ben presto alle mie spalle. Raggiungo il piazzale e mi fiondo al bar. Una birrazza non me la toglie nessuno. Quattro chiacchiere col gestore, altra sigarettina.. Tiro le due. E’ ora di scendere.

Torno sui miei passi fino al rifugio SEL e prendo il sentiero della Val Calolden. Questo ha per me un significato anche storico: ho letto che, fino alla creazione della strada che da Ballabio sale ai Resinelli, questo sentiero era l’avvicinamento alla Grigna e alla domenica molti erano coloro che, arrivati col treno a Lecco, salivano a piedi ai Resinelli per poi andare a salire sulla Cresta Segantini o sulle guglie della Grignetta… Altri tempi, quando farsi i duemila metri di dislivello era quasi la normalità e nessuno si lamentava perché non riusciva a trovare il parcheggio a due passi dall’attacco delle vie…
La Val Calolden, oltretutto, è di rara bellezza: segue per la sua interezza il letto del torrente, molto bello, fresco, con numerose pozze e polle da visitare e nelle quali, volendo, farsi un sano pediluvio. Un sentiero fresco e che, in meno di due ore, riporta a Laorca, dopo aver offerto, oltre alle succitate pozze, non pochi motivi di interesse dal punto di vista geologico (segnalati in modo adeguato dai cartelloni presenti).

Bene, manca poco alle 4, faccio a tempo a farmi ancora una birretta e poi via, in auto. Riesco ad accelerare e la superstrada è tranquilla: alle 5 precise sono pronto ad andare ad affrontare la seconda parte della giornata lavorativa… Anche se, a dire il vero, mi sono gustato, come sempre, la faccia del mio barista preferito che, a Milano, mi ha squadrato da capo a piedi chiedendomi se, per caso, fossi stato in montagna… “Ma no, così vaod sempre a lavorare” è stata l’ovvia risposta…

Anche oggi sono riuscito a “far manca” da Milano e non senza motivo… Sono riuscito, tuttavia, a mantenere gli impegni lavorativi ed a pasare una giornata che mi resterà sempre fissa nella memoria… Anche s,e una volta di più, mi rippongo la stessa domanda: ma perché i Lombardi pubblicizzano così poco le meraviglie che hanno a disposizione? Percorsi così, anche se a bassa quota, non hanno nulla da invidiare a molte zone ben più blasonate e pompate dalla macchina del turismo di massa…

Bah, misteri dei Lumbard… Mi limito a pensare “alla prossima” ed a rituffarmi nella quotidianità!

* Source :  – http://bradipidimontagna.blogspot.com/

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